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Vulpes pilum mutat, non mores

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di Massimo Mastruzzo
Massimo Mastruzzo

Il condizionale, in questi casi, non è soltanto una cautela stilistica: è una necessità giuridica. E tuttavia, quando i fatti — o meglio, gli elementi raccolti — iniziano a disporsi secondo una certa coerenza, il dubbio lascia spazio a qualcosa di più strutturato: un’ipotesi, quantomeno.
Sarebbe nuovamente il nome di Arturo Bernardelli, imprenditore bresciano e patron della Edilquattro, a emergere sullo sfondo di una vicenda che, per dimensioni e modalità, solleva interrogativi non banali. Le recenti contestazioni amministrative — per un importo complessivo superiore a 1,5 milioni di euro — riguarderebbero un’attività estrattiva che si sarebbe estesa ben oltre i limiti autorizzati, con oltre 81mila metri cubi di materiale scavati in eccesso in una cava nel territorio di Ossimo, in Valle Camonica.

Gli accertamenti condotti dai carabinieri forestali avrebbero fatto emergere una gestione quantomeno disinvolta: sconfinamenti in aree sottoposte a vincoli idrogeologici e paesaggistici, trasformazioni non autorizzate di superfici boscate, e — elemento tutt’altro che secondario — l’assenza della procedura di verifica legata alla Valutazione di Impatto Ambientale, che, per interventi di tale portata, sarebbe obbligatoria. Una dimenticanza? Una sottovalutazione? Oppure qualcosa di più sistemico?
È qui che il passato, inevitabilmente, torna a farsi presente.

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Già nel settembre 2024, un’ordinanza di misura cautelare firmata dal gip Matteo Grimaldi, nell’ambito di un’inchiesta per istigazione alla corruzione coordinata dalla procura di Brescia, tratteggiava un profilo che oggi appare — si direbbe — quantomeno coerente con le nuove contestazioni. In quell’occasione, all’imprenditore sarebbe stato contestato di aver tentato di indurre un tecnico incaricato dal Comune di Ghedi a falsificare un rilievo topografico relativo a una cava gestita dalla stessa Edilquattro, al fine di far risultare conforme alla normativa un’attività che, diversamente, avrebbe potuto presentare criticità.

In cambio, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbero stati prospettati incarichi professionali e opportunità lavorative, oltre a una possibile candidatura politica con prospettive di incarichi amministrativi. Un quadro che, se confermato nelle sedi opportune, delineerebbe un metodo piuttosto che un episodio isolato.
Naturalmente, è bene ribadirlo: nel nostro ordinamento vige il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza fino a condanna definitiva. Ed è proprio questo principio a imporre prudenza, misura, e rispetto delle garanzie. Eppure, proprio alla luce di tale prudenza, alcuni elementi sembrerebbero legittimare — sul piano giornalistico — una riflessione più ampia. Non una sentenza, ma una domanda: ci si trova di fronte a episodi scollegati o a un modello ricorrente?

Perché, se è vero che ogni vicenda ha una sua autonomia, è altrettanto vero che certe ricorrenze difficilmente possono essere liquidate come semplici coincidenze. Quando modalità operative, contesti e finalità paiono riecheggiare schemi già emersi, il sospetto — si direbbe — smette di essere arbitrario.
“Vulpes pilum mutat, non mores”: la volpe cambia il pelo, non il vizio. Una massima antica, che non ha valore probatorio, ma che talvolta sembra offrire una chiave di lettura suggestiva. Del resto, come ammoniva con disincanto un celebre adagio della politica italiana, “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”.
Ai posteri — e soprattutto ai tribunali — l’ardua sentenza.

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(10 aprile 2026)

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