di Marco Maria Freddi

C’è una linea che attraversa la storia recente della Lega. Non è solo politica ma una traiettoria culturale, un modo di intendere il mondo, gli altri, e soprattutto il “noi”. Si parte da “Roma ladrona”, uno slogan che non era semplice polemica fiscale, ma costruzione di un nemico interno. Il Sud come peso, lo Stato come furto, la solidarietà come ingiustizia. Poi arriva “Padroni a casa nostra”, inizialmente rivolto al Nord produttivo quasi fosse una nazione separata, autosufficiente, legittimata a distaccarsi dal resto del Paese. Infine lo stesso slogan si trasforma nello stendardo di questa settimana: sabato 18 aprile, in piazza Duomo a Milano, i Patrioti per l’Europa organizzano quello che hanno chiamato “Remigration Summit”. La Lega ci sta dentro fino al collo. Salvini sarà in prima fila, il governatore lombardo Attilio Fontana ha già confermato la sua presenza.
Cambia il bersaglio, non cambia la logica.
Vale la pena fermarsi un attimo su questa parola, “remigration”. Non è un termine tecnico del diritto internazionale. È un concetto che circola nell’ultradestra europea da una quindicina d’anni, con sfumature che vanno dal rimpatrio volontario alla deportazione forzata di massa. Usarlo come titolo di una manifestazione istituzionale, con un partito di governo in prima fila, non è neutralità ma una scelta di campo. Lo ha detto persino Forza Italia, alleata di governo, denunciando l’evento come “in odore di xenofobia e razzismo”. La risposta della Lega è stata accusare gli alleati di “deriva antidemocratica”. Siamo dunque al paradosso che un partito al governo litiga con il suo alleato di governo su una manifestazione organizzata mentre governano insieme.
E qui conviene fare un passo indietro e guardare la cosa con gli occhi di chi non si è ancora bevuto lo slogan.
La Lega è al governo da anni. Gestisce i ministeri, firma i decreti, ha costruito le leggi sull’immigrazione che oggi sono in vigore. Eppure scende in piazza a protestare. Contro chi? Contro l’Europa, dicono. Contro “la situazione”. Contro un nemico che nessuno riesce a definire con precisione, ma che deve esistere per forza, perché senza un nemico questo schema crolla. Quando gli si chiede perché non cambino semplicemente le leggi, visto che le hanno fatte loro, la risposta è un silenzio imbarazzato. Cambiare le leggi prevederebbe smettere di urlare e cominciare a governare davvero.
Questo è il nodo centrale che la propaganda identitaria non può sciogliere, non puoi essere al tempo stesso il sistema e il nemico del sistema. Non puoi avere il potere e usarlo come scusa per non esercitarlo.
Ma la dimensione di sabato va oltre la contraddizione interna del Carroccio. Il 18 aprile a Milano non sarà una manifestazione nazionale, sarà il punto di convergenza di una rete politica europea strutturata. Accanto a Salvini gravitano figure come Jordan Bardella, Geert Wilders, Andrej Babiš e l’area politica costruita da Viktor Orbán, pezzi di una classe dirigente che oggi governa o condiziona diversi paesi europei attraverso partiti come Rassemblement National, Fidesz, Vox, FPÖ e Partito per la Libertà. Questa rete europea neofascista si inserisce a sua volta dentro un progetto ancora più ampio, quella dell’internazionale sovranista globale teorizzata e promossa da Steve Bannon. Un’alleanza transnazionale che lavora insieme oltre i confini mentre predica il ritorno delle sovranità assolute.
Il paradosso è che chi combatte l’internazionalismo si organizza a livello internazionale.
E non è un paradosso innocente. È una contraddizione che rivela la vera natura politica del sovranismo che non è una difesa della sovranità popolare, è la costruzione di un blocco di potere che usa il popolo come comparse dello spettacolo. La “sovranità” invocata vale contro l’Unione Europea, non contro Washington. Vale quando serve a chiudere le frontiere ai migranti, non quando si tratta di aprirle ai capitali finanziari o alle scelte geopolitiche americane. È una sovranità selettiva, funzionale, esibita.
Tutto questo va messo in relazione con la storia che questi movimenti dicono di voler difendere. L’Europa del dopoguerra non è nata per caso. Dopo la catastrofe della Seconda guerra mondiale, il continente ha fatto una scelta che aveva il sapore di una scommessa, limitare il potere assoluto degli Stati, intrecciare i destini economici e politici, rendere la cooperazione strutturalmente più conveniente del conflitto. Non era ingenuità ideologica. Era memoria.
Memoria precisa di cosa succede quando ogni popolo si considera “padrone a casa propria” senza limiti. Succede che quella casa prima o poi diventa una trincea, e da una trincea si spara.
Il sovranismo attuale prende un pezzo di quella storia, l’identità, le radici, il senso di appartenenza, e lo trasforma nell’unico strumento di lettura del presente. Ma così facendo cancella il resto. Riduce la complessità a slogan. Trasforma un equilibrio faticoso in una semplificazione bellicosa. Dire “padroni a casa nostra” oggi, nel cuore dell’Europa, non è una frase neutra ma una dichiarazione politica che ribalta quel percorso storico. Significa riportare al centro l’idea che i diritti dipendano dall’appartenenza, che la solidarietà sia opzionale, che l’altro sia prima di tutto un problema da contenere.
Non si tratta di negare i problemi reali, le migrazioni, la sicurezza, le disuguaglianze sono questioni politiche che richiedono risposte politiche vere. La domanda è come le si affronta. Se le si usa per costruire soluzioni complesse o per alimentare un’identità difensiva che ha strutturalmente bisogno di un nemico perché senza nemici non regge in piedi.
La Lega non ha mai abbandonato questa dinamica. Ha solo cambiato scala, dal Nord contro il Sud, all’Italia contro l’Europa, fino all’Europa contro il resto del mondo. La struttura è rimasta identica. Definire un “noi” escludendo un “loro” è la sola operazione politica che questo partito sa fare in modo coerente.
Chi rivendica oggi di difendere i “valori occidentali” riducendoli a confini, identità e appartenenza sta facendo un’operazione insieme politica e culturale prendendo una parte della nostra storia e usandola contro il suo significato più profondo. Perché i valori europei, quelli veri, non sono mai stati “identità contro qualcuno”. Sono stati, semmai, il tentativo faticoso e mai compiuto di tenere insieme libertà e responsabilità, diritti e doveri, appartenenza e apertura. Dentro quella tensione stanno la dignità della persona, lo stato di diritto, la cooperazione tra nazioni che per secoli si sono massacrate.
Allora la domanda non è chi è “padrone a casa propria”. La domanda è che tipo di casa vogliamo costruire. Una casa chiusa, ossessionata da chi sta fuori, o una casa che regge perché ha fondamenta abbastanza solide da non aver paura del mondo.
La storia europea ha già risposto. Non con gli slogan, ma con le macerie che quegli slogan avevano prodotto.
(11 aprile 2026)
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