di Fabio Galli

Al Pirelli HangarBicocca di Milano, fino al 17 gennaio 2027, lo Shed si trasforma in uno spazio nel quale gli oggetti sembrano avere una propria intenzione, i gesti quotidiani si caricano di una strana inquietudine e il pubblico, quasi senza accorgersene, finisce dentro il lavoro. È XYZ, la prima mostra personale istituzionale europea di Aki Sasamoto, artista giapponese nata a Kanagawa nel 1980 e residente a New York, che da oltre vent’anni lavora sul confine mobile fra performance, scultura, installazione e video. Curata da Roberta Tenconi con Tatiana Palenzona, la mostra attraversa due decenni della sua ricerca senza costruire una retrospettiva ordinata secondo una successione cronologica, quanto piuttosto un sistema di relazioni nel quale opere appartenenti a momenti diversi sembrano incontrarsi, modificarsi reciprocamente e soprattutto modificare la posizione di chi le guarda.
Il titolo, XYZ, è già una piccola macchina concettuale. Sono le ultime tre lettere dell’alfabeto e dunque ciò che arriva alla fine di una sequenza, ma sono anche le coordinate cartesiane attraverso le quali collochiamo un corpo nello spazio; nella fisica quantistica indicano variabili utilizzate per descrivere la probabilità che una particella si trovi in un determinato punto e, in un registro molto meno scientifico, costituiscono l’acronimo americano eXamine Your Zipper, il discreto avvertimento rivolto a qualcuno che abbia la cerniera dei pantaloni aperta. Le tre lettere tengono così insieme spazio, probabilità, corpo, errore e sguardo degli altri, cioè alcuni dei territori nei quali si muove la ricerca di Sasamoto.
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Ed è proprio lo spazio, nello Shed, a smettere di essere un semplice contenitore delle opere. Sasamoto lo tratta come un organismo attraversato da forze, attrazioni, impedimenti, movimenti e possibilità di collisione. Tavoli, bicchieri, reti, utensili, lavatrici, asciugatrici, letti, armadi, motori e strutture metalliche appartengono a un repertorio apparentemente ordinario che viene però sottratto alla propria funzione e ricomposto in situazioni nelle quali la familiarità diventa rapidamente sospetta. Gli oggetti non rappresentano semplicemente qualcosa: attendono un movimento, una presenza, un incidente, una trasformazione. Il loro significato non è completamente disponibile prima che qualcuno entri nello spazio e ne venga coinvolto.
È qui che la formazione di Sasamoto diventa particolarmente leggibile. Prima della scultura e delle arti visive, l’artista si avvicina alla danza e alla performance teatrale, mentre nella sua ricerca entrano l’improvvisazione del jazz e le sperimentazioni sonore di John Cage, David Tudor e soprattutto Alvin Lucier. Anche la matematica, studiata prima della danza, rimane come una sorta di struttura sotterranea: linee, diagrammi, coordinate, meccanismi rotanti e sistemi di relazione compaiono nelle opere senza trasformarle in illustrazioni di una teoria scientifica. La precisione del sistema serve piuttosto a far emergere l’imprevedibilità dell’esperienza.
In Strange Attractors, per esempio, una costellazione di elementi sospesi comprende tavoli, telecamere a circuito chiuso e bicchieri inseriti dentro retine per la frutta, componendo una sorta di interno domestico dopo che qualcuno ne abbia alterato tutte le regole. La stessa espressione strange attractor, proveniente dalla matematica e dalla teoria dei sistemi dinamici, allude a un movimento che non conduce semplicemente verso un punto stabile, ma costruisce una traiettoria complessa, apparentemente irregolare. Nell’opera di Sasamoto questa logica astratta diventa fisica: gli oggetti sembrano attrarsi, respingersi, aspettare un’azione che possa rimettere in moto il sistema. Durante la performance l’artista interviene inoltre sulle pareti con nuovi diagrammi e segni, facendo della situazione espositiva un organismo ancora modificabile.
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Ancora più esplicito è Wrong Happy Hour, nel quale Sasamoto ricostruisce l’atmosfera di un bar per poi trasformare l’idea stessa di accoglienza in una situazione di esclusione. Il pubblico viene invitato a entrare e a sostare nello spazio, ma progressivamente la parete di fondo viene spinta verso l’interno, restringendo il bar fino a costringere le persone a uscire. Un luogo destinato alla socialità diventa così un dispositivo fisico di compressione: più si cerca di rimanere dentro, meno spazio rimane per farlo. La situazione è quasi comica nella sua semplicità e proprio per questo assume una dimensione inquietante, perché il comportamento collettivo, la distanza fra i corpi e la percezione dei propri confini diventano parte dell’opera.
In Delicate Cycle il riferimento è invece una lavanderia automatica, con lavatrici, asciugatrici, un carrello e una grande sfera composta da lenzuola. Anche qui un gesto ordinario viene sottratto alla sua innocenza. Lavare, asciugare, ripetere: il ciclo domestico diventa una figura della memoria, della sedimentazione e della ripetizione, mentre gli oggetti conservano le tracce delle azioni che li hanno attraversati. La macchina non serve più soltanto a compiere un lavoro: diventa una forma mentale. Il ciclo continua perché deve continuare, e nel suo ripetersi produce una memoria materiale.
È forse questo uno degli aspetti più interessanti di XYZ: Sasamoto non sembra interessata a separare il serio dal comico, la scienza dall’assurdo, il rigore dall’improvvisazione. Al contrario, li mette continuamente in collisione. Un diagramma può parlare dell’emozione, una lavatrice della memoria, un bar dell’esclusione, una rete per la frutta della fragilità di un bicchiere, una molla della possibilità di un movimento che ancora non è avvenuto. La quotidianità non viene trasfigurata per diventare straordinaria; è il contrario: viene osservata abbastanza a lungo da rivelare la quantità di stranezza che contiene già.
In questo senso il corpo è fondamentale. Non soltanto quello dell’artista, che attraverso la performance attiva le installazioni, ma anche quello dello spettatore, costretto a misurare continuamente le proprie coordinate, a decidere quanto avvicinarsi, dove fermarsi, come muoversi fra oggetti che sembrano poter improvvisamente cambiare funzione. La mostra non chiede semplicemente di guardare: modifica le condizioni dello sguardo. E il pubblico scopre di essere osservatore soltanto fino a quando l’opera non comincia a organizzare i suoi movimenti.
Da qui anche l’ambiguità di XYZ. Le coordinate che dovrebbero permetterci di stabilire con precisione dove siamo finiscono per rivelare quanto sia instabile la nostra posizione. Possiamo conoscere il punto geometrico occupato da un corpo, ma non per questo comprendiamo la relazione che quel corpo intrattiene con gli altri, né ciò che sta per accadere. Nelle installazioni di Sasamoto la precisione matematica non elimina l’incertezza: la produce. Più il sistema sembra regolato, più diventa evidente la possibilità dell’imprevisto.
La mostra milanese porta dunque nello Shed una pratica che non ha bisogno di monumentalizzare l’oggetto per conferirgli importanza. Un utensile, un bicchiere, una lavatrice, una lenzuola, una molla o una parete possono diventare sufficienti, purché vengano sottratti per un momento alla tranquillità della loro funzione. Sasamoto lavora precisamente in questa incrinatura: nel momento in cui riconosciamo un oggetto e contemporaneamente smettiamo di sapere cosa aspettarci da lui.
XYZ diventa così una mostra sul rapporto fra corpo, spazio e abitudine, ma soprattutto sul momento in cui l’abitudine si inceppa. È lì che comincia l’arte di Aki Sasamoto: non quando il quotidiano viene abbandonato per qualcosa di più spettacolare, ma quando il quotidiano, improvvisamente, smette di obbedire.
Aki Sasamoto, XYZ
Pirelli HangarBicocca, Via Chiese 2, Milano
fino al 17 gennaio 2027
A cura di Roberta Tenconi con Tatiana Palenzona
Ingresso gratuito. Apertura giovedì-domenica, 10.30-20.30
(1 ottobre 2026)
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