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… nel restituire ciò che ancora può essere: Festival Re Nudo al Parco Lambro

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di Effegi

La mostra Si giocava a fare Woodstock, visitabile gratuitamente fino all’8 giugno 2025, è molto più di una semplice esposizione fotografica: è un’immersione viva e palpitante nella memoria dei Festival di Re Nudo al Parco Lambro, andati in scena tra il 1974 e il 1976. Un tuffo collettivo in un tempo in cui le idee avevano gambe e cuore, non hashtag; in cui il pensiero era anche sudore, ritmo, pelle, silenzio.

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Novanta fotografie in bianco e nero – oltre la metà mai pubblicate prima – scattate da Fabio Maria Minotti, non costruiscono solo un racconto visivo: spalancano un mondo. Un mondo che non si guarda da fuori, ma si attraversa. Minotti, che quei giorni li ha vissuti non da cronista distaccato ma da complice emotivo, restituisce nei suoi scatti una presenza profonda, quasi epidermica. Il suo sguardo non cerca la notizia, ma la vibrazione. Non documenta eventi: coglie stati d’animo, tensioni, picchi emotivi di un’epoca in cerca di se stessa, e forse in fuga da sé.

Il titolo della mostra è ironico e tenero, e dice molto: Si giocava a fare Woodstock. Giocare, sì. Ma con la serietà dei bambini quando sognano il mondo. Perché se è vero che l’evento americano del ’69 fu un’ispirazione, al Parco Lambro non si copiò nulla. Si inventò. Si praticò. Si mise in scena un esperimento politico e poetico al tempo stesso, tutto italiano: niente biglietti, nessuna barriera, nessun padrone di casa. Tutto era accessibile, tutto permeabile. Nessuna separazione tra artista e pubblico, tra autore e spettatore. Una zona di libertà temporanea, come l’avrebbe definita Hakim Bey: effimera, ma intensamente reale.

Minotti fotografa tutto questo. E di più. Non solo chi canta, ma chi ascolta. Non solo chi proclama, ma chi sogna. Ritrae i corpi nell’abbandono, nella tensione, nella bellezza imperfetta della loro sincerità. Cattura un’umanità che non recita, ma si espone. I suoi scatti non mitizzano: restituiscono. Con uno sguardo intimo e partecipe, privo di filtri. Come se la macchina fotografica fosse un’estensione del suo corpo, della sua memoria. Ne emergono volti non celebri, ma memorabili; gesti minuscoli che raccontano un’epoca intera.

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(28 maggio 2025)

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