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Hospice Abbiategrasso, 26 marzo 2026: il diritto di scegliere la fine resta una domanda aperta

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di Fabio Galli
Fabio Galli

Non è la morte a spaventare davvero, ma il momento in cui smette di essere un fatto naturale e diventa una decisione. È lì, in quel passaggio quasi impercettibile ma vertiginoso, che si colloca l’incontro conclusivo del DAT Festival di Abbiategrasso, affidato alla voce di Chiara Lalli e intitolato, senza anestesia linguistica, “Fine vita: quale diritto?”.
Il punto non è solo giuridico, anche se la legge 219 del 2017 ha segnato una svolta introducendo le Disposizioni Anticipate di Trattamento. Il punto è che quella legge, come spesso accade in Italia, ha aperto una possibilità senza riuscire a trasformarla davvero in pratica condivisa. Le DAT restano per molti un oggetto lontano, quasi astratto, più evocato che utilizzato.

In questo senso il DAT Festival non è un evento specialistico, ma un gesto culturale necessario: porta il discorso fuori dagli ospedali e lo restituisce alla comunità. E lo fa partendo da un luogo tutt’altro che teorico, l’Hospice di Abbiategrasso, dove il fine vita non è una questione filosofica ma una presenza quotidiana.
Il nodo resta quello del corpo. Chi decide quando la vita si prolunga grazie alla tecnica ma perde, per chi la vive, il suo senso? Lalli insiste da anni su un punto essenziale: il malato deve poter essere l’ultimo interprete della propria sofferenza. Ma questo diritto, nella realtà, è tutt’altro che uniforme. Informazione, contesto sociale, accesso alle strutture: tutto concorre a creare disuguaglianze anche nel momento della morte.

Le cure palliative, da parte loro, hanno cambiato radicalmente lo scenario. Offrono una terza via, uno spazio in cui la vita può essere accompagnata senza accanimento. Eppure non risolvono tutto. Non eliminano la domanda più radicale, quella sulla possibilità di scegliere la fine. Ciò che rende significativo un incontro come questo non è la promessa di una risposta, ma la sua ostinazione a mantenere aperta la domanda. In una società che tende a rimuovere la morte, discuterne pubblicamente diventa un atto quasi sovversivo.
Alla fine, “quale diritto?” resta una domanda sospesa. Non perché manchino le leggi, ma perché manca — o forse non può esistere — una definizione definitiva. Il fine vita continua a essere un territorio instabile, dove libertà individuale e responsabilità collettiva si sfiorano senza mai coincidere del tutto. Ed è proprio in questa frizione che si gioca, ancora, il senso più profondo del dibattito.

 

 

 

(17 marzo 2026)

©gaiaitalia.com 2026 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 

 

 

 

 

 

 



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