Era ottobre 2024 e sulla scrivania del Garante per la protezione dei dati personali arriva un parere firmato dal Cini, il Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica, che stabilisce che sul caso Meta la competenza è italiana. Il rapporto cita gli smart glasses che definisce strumenti terminali che raccolgono dati personali collegandosi alla rete e dunque è il Garante italiano a doversene occupare.
Il rapporto esclusiva decisamente ogni rinvio possibile all’Irlanda, nonostante la sede legale della multinazionale sia in quel paese.
Ma del parere il Garante non se ne farà nulla. Passano quattro mesi e i termini scadono. C’è quindi una sanzione, prima comminata e poi annullata in autotutela. E siamo al 20 gennaio quando il parere del Cini viene acquisito dalla Guardia di Finanza su richiesta della Procura di Roma ed è, scrive Repubblica, uno degli atti al centro dell’inchiesta per corruzione che è appena cominciata. Qualcuno voleva o doveva favorire Meta?
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