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La Lega in piazza contro se stessa: il partito di governo che protesta per non governare

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di Massimo Mastruzzo
Massimo Mastruzzo

C’è qualcosa di profondamente rivelatore — più che paradossale — nelle mobilitazioni della Lega sul tema dell’immigrazione. Un partito che governa protesta, alza i toni, invoca misure drastiche e riesuma parole d’ordine come “remigrazione”.
Ma la domanda, a questo punto, è inevitabile: contro chi?
Perché quando si è al governo, la piazza non è più uno strumento di pressione. È, semmai, la certificazione di un fallimento politico. O, peggio, la costruzione consapevole di un alibi.

La storia della Lega Nord è, da sempre, una storia di bersagli che cambiano e di consenso che resta. Ieri il nemico era interno: il Sud, i “terroni”, Roma ladrona. Oggi è esterno: migranti, richiedenti asilo, “clandestini”.
Non è un’evoluzione ideologica. È un adattamento strategico.
Il concetto di “remigrazione” — oggi rilanciato come soluzione radicale — si inserisce perfettamente in questa traiettoria: individuare un nemico, semplificare il problema, offrire una risposta apparentemente netta. È politica come narrazione, più che come governo.
Poi ci sono i fatti. E i fatti, spesso, sono meno utili alla propaganda.

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Gli sbarchi non risultano significativamente diminuiti rispetto ai governi precedenti. I rimpatri non registrano quell’aumento strutturale più volte promesso. La gestione dei flussi migratori resta impantanata tra limiti operativi, vincoli giuridici e accordi internazionali.
Tradotto: il problema è ancora lì.
Ed è proprio qui che la narrazione si incrina. Perché se le parole restano le stesse ma i risultati non arrivano, la protesta smette di essere credibile e diventa funzionale. Non a risolvere, ma a spostare l’attenzione.
Perché tornare in piazza, per chi governa, non è una necessità. È una scelta. È un alibi. Serve a mantenere alta la tensione, a presidiare un tema identitario, a evitare che l’elettorato misuri davvero la distanza tra promesse e risultati. È una forma di opposizione permanente, anche quando si è maggioranza. In questo schema, Matteo Salvini si muove con coerenza comunicativa: semplificare, radicalizzare, polarizzare. Funziona. Ma non governa.
E infatti il risultato è un equilibrio solo apparente: stare al governo senza pagarne fino in fondo il prezzo della responsabilità.

Il punto, alla fine, è tutto qui. La Lega sembra aver scelto di non uscire mai davvero dalla dimensione della campagna elettorale. Anche quando ha il potere per incidere.
Ma governare non è raccontare. Non è indicare un nemico. Non è evocare emergenze.
È decidere. E assumersene le conseguenze.

Il cortocircuito dell’opportunismo

L’opportunismo politico non è una novità, ma la Lega sembra averne l’esclusiva che, nel caso specifico, assume una forma particolarmente evidente: cambiare bersaglio, mantenere il conflitto, evitare il bilancio, deresponsabilizzarsi. È un cortocircuito che prima o poi si rompe. Perché governare e protestare non possono convivere all’infinito senza che emerga la contraddizione. E quando la distanza tra ciò che si promette e ciò che si realizza diventa troppo ampia, nemmeno la propaganda riesce più a colmarla.
La verità è più semplice — e più scomoda: se sei al governo, non puoi continuare a comportarti come se fossi all’opposizione. Non puoi evocare emergenze che hai il potere di affrontare, né agitare soluzioni che non riesci a trasformare in risultati.
A quel punto, la piazza non è più uno strumento politico. È un alibi.
E l’alibi, in politica, è sempre il segnale più evidente di una responsabilità che si è scelto di non assumere.

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(22 aprile 2026)

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